Mi chiedono cosa pensa un geologo del TAV...

Vari geologi sono intervenuti nel dibattito sul cosiddetto TAV, il progettato collegamento ferroviario fra Lione e Torino. Fra questi il prof. Rosalino Sacchi, che ha spazzato via tutte le possibili obiezioni legate ai mostri ora di moda, l’uranio e l’amianto, per cui non tornerò sull’argomento (Cfr rend. Soc. Geologica it, 3, 2006). Obiezioni serie all’idea di un collegamento efficiente con l’Europa, ed in particolare con la Francia tanto vicina e conosciuta dai valsusini, non ci sono dunque e non ci possono essere.

L’opposizione feroce e chiassosa al progetto è dunque una manifestazione di qualcos’altro, di cui il TAV fa le spese. Ma questo “qualcos’altro”, esasperazione politica, malessere sociale o altro che sia, tutto pienamente giustificato, insiste a travestirsi da prontuario di argomenti anti-TAV. Questi argomenti finiscono per essere rivelatori di un disorientamento culturale tipico del momento in cui viviamo. Vediamo alcuni di questi argomenti raggruppandoli a seconda del tipo di disorientamento culturale che esprimono.

Primo fattore di disorientamento culturale: lo scambio delle priorità. Nell’opposizione al TAV ciò avviene a più livelli: il locale (Val Susa) viene anteposto al generale (Piemonte, Italia, Europa), il particolare viene anteposto all’universale, il breve termine (i disagi dei lavori) viene anteposto al lungo termine (il collegamento rapido, efficiente ed ecologico). L’avere la vista corta è difetto diffuso nella classe politica attuale, ed i nostri manifestanti tendono ad adeguarvisi.

Secondo fattore di disorientamento culturale: la chiusura, la rinuncia, la mentalità del “non ne ho voglia”. Poco interesse mostrano i manifestanti valsusini verso alcune opportunità di migliorare la qualità della vita, opportunità che vanno dall’emozione di tracciare nuovi canali reali di comunicazione verso gli altri, al sollievo di aver aperte nuove vie di salvezza se all’interno si soffoca, al piacere di visitare in giornata una mostra a Parigi... Tutti obiettivi realizzabili con il progetto ferroviario.

Terzo fattore di disorientamento culturale: l’equivoco del dato tecnico. Chi dice che la linea attuale va bene così, in realtà vuole chiuderla, perché finge di non sapere che i costi di gestione ed adeguamento normativo di una ferrovia “andina” (tortuosità, dislivello, sezione gallerie) portano rapidamente alla categoria del “ramo secco”. Adeguamenti più semplici si potranno fare gradualmente se si mantiene la linea per altri scopi.

Quarto fattore di disorientamento culturale: l’equivoco del dato ecologico. Se è vero che, durante il cantiere, lo smaltimento del materiale di scavo è un problema, è però molto più grave il consumo energetico necessario attualmente per innalzare di 700 m ogni treno che passa (il tunnel attuale culmina a 1330 m s.l.m. contro i 600 m di Venaus).

Quinto fattore di disorientamento culturale: la mancanza di coerenza. Se giustamente si insiste per penalizzare il trasporto su gomma, bisogna offrire una alternativa.

Sesto fattore di disorientamento culturale: il rifiuto delle “opere faraoniche”. Se in Italia le opere pubbliche di un certo peso sono per lo più soggette ad intrallazzi, o addirittura a pratiche mafiose, la soluzione non è nel rifiuto sistematico delle opere stesse, ma nella sorveglianza attiva delle procedure e dei lavori, sulla quale può avvenire la mobilitazione popolare.

Settimo fattore di disorientamento culturale: la confusione fra causa ed effetto, in particolare riguardo alle statistiche dei transiti. Se il traffico attualmente è in calo, ciò può magari dipendere proprio dall’inadeguatezza delle infrastrutture, e un loro rafforzamento può invertire la tendenza. In ogni caso le scelte si fanno in base ad altri criteri.

I nostri bis-bisnonni, nell’Ottocento, hanno fatto il loro dovere aprendo il traforo ferroviario del Fréjus. Dopo sei generazioni, è naturale che tocchi anche a noi di fare qualcosa.

panorama della Val di Susa

Per concludere, possiamo raccontarci una istruttiva storiella su un TAV d’altri tempi. Siamo nell’anno 1536 dell'era cristiana. La vecchia gloriosa Strada romana delle Gallie sopportava un notevole traffico di merci e viandanti che attraversavano le Alpi, collegando le aree sviluppate del Nord Europa, come le Fiandre e la Champagne, a quelle del Sud come Toscana e Monferrato. Fiorenti borghi prosperavano lungo le valli alpine sul suo passaggio, si costruivano palazzi e acquedotti, operavano artisti ed intellettuali. Qualcuno allora propose di intervenire per rafforzare l'infrastruttura, adeguandola al trasporto veloce su carri, ed evitando i trasbordi sui muli nei tratti più difficili. Levata di scudi: no all'aumento degli scambi, perché si sarebbero diffuse le eresie protestanti, e poi la strada che c'era bastava, tanto si sentiva già un rallentamento dei commerci locali dovuto all'ascesa di nuovi mercati extraeuropei (l'America). Non se ne fece niente, e bastò qualche inverno più freddo del solito per troncare del tutto le comunicazioni transalpine in queste regioni.
Quasi tre secoli dopo, i primi viaggiatori inglesi sulle Alpi trovarono, lungo i resti della strada romana, solo più sparuti gruppi di una popolazione miserabile e affetta da varie patologie endemiche. Avevano però conservato con devozione la fede cattolica...

Home