Ma l’Italia è un bel paese, dice Stoppani.

Che vita splendida quella di chi può alternare viaggi veri e viaggi nei libri, usando i libri per fare bei viaggi e usando i viaggi per meglio leggere i libri. L’abate-geologo Antonio Stoppani (1824-1891) aveva perfettamente presente questo legame fecondo fra libri e viaggi quando scrisse Il bel paese, libro notissimo che quasi nessuno dei viventi ha mai letto, privo com’è di ristampe da oltre un secolo. Ne ho trovato una copia malandata fra i libri di scuola di mia madre, ed ho potuto finalmente appagare una lunga curiosità (mi dicono però ci sia un’edizione commentata del 2009, e poi c’è in biblioteca).

La mia curiosità era innanzitutto rivolta alla tecnica di divulgazione adottata in un’epoca priva di tv, di computer e financo di foto. Nella mia edizione non c’è neppure una illustrazione, e mi sembra proprio che non fossero previste. Una sfida incredibile: ora nessuno si sognerebbe di parlare di viaggi senza far vedere (fino alla nausea!) le sue foto più o meno ben riuscite. Capita anzi sovente di assistere a lunghe proiezioni di immagini senza neanche un commento o didascalia, cosa per me insopportabile.

In una struttura a giornate come il Decamerone, introdotte da brevi dialoghi, il nostro geologo racconta ai nipotini e a vari spettatori adulti i suoi viaggi in Italia, o la parte italiana dei suoi viaggi europei, con qualche digressione extracontinentale. Ogni “serata” di una quindicina di pagine è un piccolo racconto compiuto e indipendente, che prevede una lettura lenta e riflessiva. Non è consigliabile leggere il libro tutto d’un fiato. Nel corso dell’avventura, le informazioni scientifiche risolvono situazioni intriganti o assumono la forma di brevi lampi inseriti in un racconto sovente coinvolgente e non di rado incalzante. Il racconto è sempre ben inserito in uno spazio geografico comodamente immaginabile (o riconoscibile per chi c’è già stato) e la cosa rende la lettura riposante. L’inserimento geografico avviene in modo dinamico (in treno, a cavallo...) evitando descrizioni statiche. L’informazione è precisa e curiosa sulla vita quotidiana di città e di montagna in quel periodo ineguagliato di sviluppo civile europeo fra ottocento e inizio novecento. In effetti il libro può essere proficuamente letto in chiave antropologica, tenendo presente che viene assunto dichiaratamente il punto di vista borghese, essendo la borghesia cittadina allora al centro della società. Ordine, giustizia, merito, onestà, progresso e cultura erano le bandiere della borghesia trionfante, che nostalgia. Mancava giusto un po’ di eguaglianza e di democrazia, ma se si fosse lasciato fare sarebbero poi venute. Peccato! La guerra è scoppiata, la democrazia si è fatta aspettare a lungo e i valori della borghesia sono orrendamente calpestati.

Rocche e castelli del feudo di Canossa (Reggio Emilia) sono costruiti su isolati risalti di roccia oceanica (ofioliti) emergenti dalle arenarie ruiniformi riservate al penitente imperatore Enrico IV (anno 1077).

Dunque, usando esclusivamente la parola il nostro Autore riesce a fare un buon intrattenimento scientifico. A 140 anni di distanza, e disponendo di tecniche sopraffine per fornire immagini ed animazioni, ci sentiamo da lui stimolati a progredire finalmente nell’informazione scientifica, rendendo accessibili fenomeni naturali (evoluzioni lente, processi geodinamici...) che a parole sono troppo difficili da descrivere. Giochi di luce, suoni e trucchi vari sono sovente elaborati in tv per decorare i titoli o passare vorticosamente da un argomento all’altro, anziché per semplificare la tettonica. All’estremo opposto, con simpatica semplicità Rai3 Valle d’Aosta ha mandato in onda brevi suggerimenti di passeggiate ricchi di spunti geologici, nello spirito di Stoppani.

I vulcanelli di fango delle Salse di Nirano dal tempo di Stoppani attirano ancora i geologi.

Il nostro abate è infatti piuttosto dotato nel trovare il meraviglioso appena fuori porta. Con l’aiuto di uno sguardo un po’ ironico su un mondo rurale ai nostri occhi già preistorico, le gole alpine con le loro cascate o i vulcanelli di fango dell’Appennino emiliano appaiono sorprendentemente ricchi di significato. Tanto più che gli basta il minimo pretesto per allargare il racconto ad altre avventure in luoghi ben più esotici, scelti sempre in modo funzionale ad offrire una scala planetaria di riferimento ai fenomeni che vengono descritti. A titolo di esempio si citano gustose analogie fra lo scavo dei pozzi artesiani nel Sahara (per l’acqua) da parte delle popolazioni nomadi e lo scavo in Romagna dei pozzi per il petrolio (che serviva come medicinale).

Il Vesuvio dall’aereo come Stoppani non l’ha mai visto, oscura minaccia per un insediamento urbano dalle dimensioni ingestibili in caso di allerta.

Non è poi un caso che il nostro geologo fosse un religioso. In un periodo di intenso dibattito “popolare” sulla scienza e la cultura, come gli anni dal 1830 al 1915, il prestigio della Chiesa si giocava molto sulla sua capacità di sostenere il dibattito con gli evoluzionisti, di creare idee e conoscenza. La presenza nelle basse gerarchie di religiosi deputati essenzialmente ad erborizzare o a visitare vulcani, anziché a dannarsi nelle incombenze della parrocchia, era sentita come una normale necessità d’immagine. Non diversamente, per fare un esempio, si comportava la diocesi di Aosta nei confronti dei numerosi Abbés savants che animavano la ricerca scientifica in botanica e geologia, ricevevano illustri visitatori stranieri in missione e curavano la pubblicazione della gloriosa Revue Valdôtaine d’Histoire Naturelle.

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