Geologia e Geofisica - Una faglia attiva nella Valle di Champorcher

Son tornato a vederla, vent’anni dopo la prima volta. Sembrava stanca, molto stanca; non si muoveva quasi più. Eccoci all’apice della fessura fra le due labbra dove allora, quasi con fierezza, essa esponeva le sue parti attive sulle pareti di un valloncello fuori mano. Era una superficie perfettamente liscia, untuosa al tatto, che mostrava in sezione, sul fondo scuro, inaspettate figure sinuose bianco lattee. Ora un velo bianco opaco copre tutto come polvere di luna. Sopra, cominciano ad attecchire le eufrasie dei pascoli. Evolvono in fretta, le faglie attive.

Ritorno alla faglia Raty-Terrarossa

  1. Localizzazione

La faglia Raty-Terrarossa, nelle Alpi interne Nord-Occidentali, corre a cavallo fra i Comuni di Champorcher e di Issogne in Valle d’Aosta.

Da SW a NE, i punti migliori per osservarla sembrano essere i seguenti: a) dintorni del lac Raty – accumuli di cataclasiti: X=388 714, Y=5 053 313; b) dintorni del lac Raty – affioramento schiume carbonatiche gialle: X=389 000, Y=5 053 364; c) Bec Barmasse – indizi cinematici e paesaggio: X=389 424, Y=5 053 680; d) Colle di Terrarossa – schiume carbonatiche: X=392 659, Y=5 054 622.

  1. Caratteristiche visibili sul terreno

Direzione SW-NE; inclinazione circa 45°; immersione NW; movimento trascorrente destro.

  1. Percorso di visita

Accesso: da Champorcher sulla strada per Dondenaz parcheggiare al bivio di Chapy, indicazione sentiero 9A. In seguito anche sentieri 9C e 11. La visita si svolge quasi tutta sul territorio del Parco Naturale del Mont Avic; solo il Colle di Terrarossa ne è fuori.

Avvicinamento

Per chi è dotato di spirito d’osservazione, il paesaggio geografico fornisce già dal fondovalle, tra Hône e Champorcher, indizi di un controllo stretto della morfologia da parte della geodinamica. Percorrendo la strada regionale, per esempio, ci si può accorgere che la valle non possiede confluenze dalla sinistra idrografica. Sempre sulla destra salendo, il rozzo dente roccioso del Bec Raty domina a lungo il panorama, pur non essendo in realtà che una modesta spalla sul versante. Unitamente al Bec Raty, il Bec Barmasse ed il Mont Ros formano una bastionata a mezza costa. Osservando una carta geografica, noteremo che sotto la bastionata corre la pista sterrata per Dondenaz, e sopra di essa scorre un solco più o meno orizzontale, in contropendenza, sul cui fondo occhieggiano allineati quattro laghi indipendenti. Quanto basta per indurci a prendere la direzione della bastionata, approfittando di uno dei varchi che l’erosione vi ha creato fra il Bec Barmasse ed il Bec Raty, dove sale il sentiero 9A.

Foto 1. Panorama dalla Tête des Hommes. Sullo sfondo, in centro, la valle di Champorcher priva di confluenze da sinistra.

Poco dopo l’alpe Chapy il sentiero attacca la bastionata che si rivela costituita da serpentiniti chiare con subordinati metabasalti, il tutto intensamente fratturato. Rispetto alla prevalenza di metasedimenti (calcescisti auct.) rilevabile più a valle (in particolare nella conca di Dondenaz) il mutamento è sensibile. Alla sommità della bastionata si apre il ripiano rigurgitante di detrito, con una buona quota di materiale fine ben inerbito.

Primo contatto

Inopinatamente, in mezzo al pascolo ondulato, si apre sulla sinistra una forra priva di vegetazione, un taglio nel terreno con curvi labbri grigio-azzurrognoli, come una coltellata mal rimarginata; e lungo il taglio, sul labbro destro, una crestina di roccioni giallo-ocracei si allunga su una base nero-violacea, creando un vivo contrasto cromatico.

Foto 2. Una forra anomala si scava in mezzo ai pascoli.

Si verifica facilmente che tanto i roccioni gialli quanto la base scura sono costituiti da serpentiniti antigoritiche, ricche in magnetite. Meno facilmente (limitata effervescenza secondo le zone) si verifica che la schiuma gialla che permea i roccioni serpentinitici è costituita da carbonati. Tutt’intorno, l’accumulo convesso di detrito fine, scaglioso, leggermente untuoso o grasso alla presa, bianchiccio o azzurrognolo, è costituito anch’esso da serpentinite. Alcuni clasti decimetrici, con forme arcuate e sinuose, sono ricoperti da un vetro lucidissimo e perfettamente trasparente, come pasticcini in una glassa.

Foto 3. La forra come appare da più in alto: un taglio fra dossi gonfi di roccia macinata.

Risalendo la forra e poi piegando a destra si ritroveranno enormi accumuli di scagliette serpentinitiche bianchicce a monte del lago e sulla sua sponda meridionale, ben identificabili dal sentiero 9C che sale al colletto verso Dondenaz. La sabbia azzurrognola prodotta da uno di questi accumuli, trasportata da un ruscelletto occasionale, sta riversandosi nel Lac Raty con un piatto deltaconoide, riducendone drasticamente la superficie.

Interpretazione

L’accidente che stiamo osservando è cartografato nella più recente banca dati disponibile sul sito della Regione Autonoma Valle d’Aosta (Geoportale SCT). Gli si attribuisce la natura di una faglia di direzione SW-NE, lunga pochi chilometri e troncata, sul territorio di Issogne, da un accidente E-W che la scarica su un analogo segmento di faglia parallelo ed attivo più a N.

Vediamo dunque di riconoscere alcuni meccanismi del funzionamento di questa faglia, che giustifichino quanto osserviamo.

La nostra analisi si giova di affioramenti simili legati a faglie in analoghi contesti strutturali: schiume carbonatiche (“listveniti”) appaiono disseminate lungo il tracciato della vicina faglia Aosta-Ranzola su rocce serpentinitiche. L’interpretazione che ne è stata data (Ratto, 1998) considera la circolazione di fluidi ricchi in CO2 nella profondità della faglia, dove le condizioni ne consentono la reazione con alcuni componenti della roccia (ferro, calcio...) per formare appunto carbonati. Questa schiuma carbonatica intacca la massa serpentinitica attraverso le fessure della roccia e le incrosta con un processo che combina alterazione e idrotermalismo.

L’accumulo detritico fine è ovviamente interpretabile come cataclasite o “gouge”, roccia triturata dal movimento della faglia. Più complicato determinare nel dettaglio la formazione della “glassa”, una pseudotachilite tipica delle serpentiniti, ma non v’è dubbio sul ruolo della faglia nella sua produzione.

Foto 4. Monticelli sabbiosi (“colline tettoniche”) costellano la riva ad ovest del lago Raty.

Impressionante è la quantità di “gouge” prodotta, segno di attività intensa della faglia in tempi recenti o attuali. Non sembra comunque siano mai stati registrati fenomeni sismici collegati a questa struttura. Stando ai miei ricordi, gli accumuli all’apice della forra dovrebbero ricoprire alcune superfici del rigetto della faglia, sulle quali erano registrati significativi indizi cinematici.

Ulteriori osservazioni

Dalle sponde del lago, luogo ideale per il picnic, si può scendere per il sentiero verso l’alpe Raty-damon; al bivio, nei pressi del torrentello, risalire a sinistra per poi seguire a destra il largo crestone che porta al Bec Barmasse.

Foto 5. La faglia, segnata dalla freccia, incide la roccia del Bec Barmasse. La cima appartiene al compartimento inferiore della faglia.

L’intersezione della superficie con il piano della faglia è segnata dalla scomparsa della vegetazione e dagli accumuli di “macinatura” di rocce; ma qui compaiono anche blocchi e residui di roccia in posto, che consentono di differenziare il membro superiore della faglia, a metagabbri, da quello inferiore, a serpentiniti.

Continuando a salire lungo la cresta a sfasciumi, fra il luccichio dei ciottoli vetrosi (pseudotachilitici), si incontrano piccoli risalti di serpentinite bianca con strie e graffi di direzione SW-NE. Più difficile (ma non impossibile) è stabilirne il senso, che risulta da SW a NE per il compartimento superiore (trascorrenza destra). Questi affioramenti sembrano in via di disgregamento e tendono a sparire da una visita all’altra.

Foto 6. Bec Barmasse. Sulle rocce in posto (sinistra nella foto) le striature prodotte dal movimento della faglia indicano una direzione SW-NE.

Procedendo poi più o meno in piano sulla cresta sommitale, si perviene all’estremità orientale del Bec Barmasse, dove si gode di una buona panoramica della faglia verso il Colle di Terrarossa. In primo piano, aldilà del valloncello che interrompe la bancata, appare la faglia in sezione sul Mont Ros; si tratta forse della migliore inquadratura della struttura, con l’inclinazione in evidenza.

Foto 7. Sul Mont Ros la faglia appare in sezione. La cima del Mont Ros appartiene al compartimento superiore.

Più oltre, vari lavori di rimboschimento e di paravalanghe tradiscono il tracciato della faglia. In ultimo, contro il cielo all’ultimo orizzonte, appare un’insellatura con un edificio in mezzo. Si tratta del Colle di Valdobbia che collega Gressoney con la Valsesia. L’edificio è un rifugio, e precisamente l’Ospizio costruito dall’abate Sottile un paio di secoli fa. La nostra faglia vi si dirige con decisione. Essa infatti fa parte di un fascio di faglie mioceniche-attuali riconosciuto in questa zona, e battezzato appunto Fascio dell’Ospizio Sottile dagli autori (Bistacchi e Massironi, 2002) che l’hanno studiato.

Foto 8. Dalla cima del Bec Barmasse appare il tracciato della faglia e il punto ideale di riferimento, l’Ospizio Sottile al Colle Valdobbia (Gressoney).

Proseguimento ed estinzione della faglia

L’accesso da qui al Colle di Terrarossa prevede lunghi tratti su sentieri non segnalati e non sempre facili da seguire. Più agevole è ripartire dalla stessa strada per Dondenaz un paio di km prima, al parcheggio sopra Petit Mont-Blanc (1700 m s.l.m.). Da qui (sentiero 11) o più in alto dalla frazione La Cort (sentiero non segnato) si sale per un’oretta al Colle di Brenve (2027 m) per poi seguire agevolmente la cresta sulla sinistra fino al Colle di Terrarossa (2100 m circa).

Per quanto le forme non siano freschissime, al Colle sono ancora visibili i tagli operati dalla faglia sulle rocce profonde, messe a nudo dalla triturazione e in generale dall’indebolimento meccanico del labbro superiore. Grotte e “barme” si aprono sul versante di Champorcher. Come dice il nome, le schiume carbonatiche ocracee sono diffuse su una banda che attraversa il colle.

Foto 9. Le serpentiniti al Colle di Terrarossa, duramente provate dal passaggio della faglia.

Sul versante di Issogne, piccole dorsali di serpentiniti rossastre e dossi azzurrognoli di detrito fine costellano il fondo del valloncello almeno fino all’alpeggio di Brenve.

Conclusione

La “scoperta” di una faglia attiva è un’acquisizione importante per ogni individuo che ci tenga a capire in che mondo si trova. Una faglia attiva spiega come funziona il nostro pianeta. Una faglia attiva che si mostra in modo così evidente è un aiuto prezioso per entrare nello spirito della nostra storia più lunga, quella che, nel tempo che le è proprio, fa muovere le montagne ed evolvere le rocce. Questa qui poi fa il punto sulla surrezione della catena alpina, e quindi suggerisce quale sarà l’avvenire delle Alpi, oltre che il loro passato. Così si scopre anche quali sono i grandi fondamentali fattori di strutturazione di un territorio e di modellamento di un paesaggio.

Abbiamo detto che la nostra faglia è apparentabile a quel fascio di faglie trascorrenti destre di direzione SW-NE che va sotto il nome di Fascio dell’Ospizio Sottile. Come avviene ad esempio nelle Giudicarie (Alpi centrali), il nostro fascio consiste di segmenti relativamente corti che si scaricano l’uno sull’altro dandosi il cambio nello spostare una massa considerevole di territorio (faglie en échelon). Il risultato finale del sistema è quello di rendere compatibile il movimento antiorario della microplacca adriatica (pianura padana in particolare) con il margine europeo “stabile” (Valle del Rodano). Ciò avviene appunto tramite una fascia “stiracchiata” (le falde alpine interne) in cui si distribuisce la frizione. Come si vede, siamo già lontani mille miglia dal sistema geodinamico della convergenza litosferica Africa-Europa che ha creato le Alpi, anche se questo antico equilibrio appare ancora congelato nella struttura (orientazione, giacitura e stress) delle falde alpine e in parte nello stesso rilievo topografico della catena. La convergenza, che produce ispessimento litosferico e quindi rilievo topografico, non è più il sistema dominante in questa parte delle Alpi. Non dobbiamo dunque aspettarci per il futuro alcun significativo incremento dei parametri energetici (sismicità, quota ed acclività) per le Alpi nord-occidentali.

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