Geologia del metamorfismo eclogitico / pellegrinaggio al santuario di Plout (Saint Marcel)

Argomento: Saint-Marcel, Valle d’Aosta. Metamorfismo di alta pressione / bassa temperatura su litologie oceaniche: granato ed anfibolo blu, testimoni dell’oceano giurassico e della sua subduzione

Itinerari geologici - Escursione verificata ad aprile 2006

Località: Comune di Saint-Marcel (Valle d’Aosta).

Partenza: Villaggio di Troil, all’uscita dall’agglomerato principale verso monte.

Parcheggio: All’entrata della frazione Jayer (strada della Collina), poi ritornare indietro a piedi a Troil.

Dislivello: 350 m.

Durata: 2 h A/R al netto delle soste.

Periodo: Da marzo a novembre; in inverno eventualmente munirsi di racchette.

Tracciato: Larga mulattiera lastricata; un tratto di sentiero al ritorno.

Segnavia: Segnaletica regionale gialla, sia verticale che orizzontale “Santuario di Plout”.

Topografia: Tavolette IGM al 1:25000, fogli Nus e Monte Emilius.

Documentazione in lingua italiana:

Tartarotti P. 1988 – Le ofioliti piemontesi nella media e bassa valle di St Marcel. Tesi di dottorato, Università di Padova, 167 p.

Ratto S. 1998 – Il versante destro della Valle d’Aosta tra Pollein e St-Vincent. Tesi di laurea, Università di Torino, 213 p.

 

Breve e facile passeggiata dalla quale uno spirito sensibile e curioso trae una serie di piacevoli ed intense emozioni. A marzo-aprile comincerà col trovare, fra le chiazze di neve e sulle foglie secche dei boschi più luminosi, una fitta e sterminata fioritura di delicate campanule bianche, simili a bucaneve (Leucojum vernum, foto 1) di cui la campagna di St-Marcel è uno dei pochi siti valdostani. Poi osserverà l’inconsueto paesaggio di questo enorme assestamento profondo del versante, che crea innumerevoli ripiani e rotture di pendenza, ben sfruttati da piccole colture ed abitati sparsi (la villeggiatura fuori porta dei valdostani inurbati). Ma non mancheranno altri motivi di interesse, seguendo il mulattierone su cui traballano qualche volta anche i trattori agricoli.

Foto 1 - Un ciuffo di Leucojum vernum sotto un muretto a Plout

 

Una suggestiva cappellina (foto 2) permette una sosta nell’unico punto in cui affiora la roccia in posto: si tratta di materiale derivante da colate basaltiche sottomarine, trasformato poi a bassa pressione e media temperatura in metabasite (prasinite auct.). Dunque tale affioramento, per quanto chimicamente analogo, non sembra avere avuto la stessa evoluzione delle litologie eclogitiche di alta pressione e bassa temperatura che fanno la celebrità della zona, e che troviamo e troveremo esposte in detrito.

Foto 2 - La cappellina sul risalto roccioso in metabasite

 

Poco dopo la cappellina si avrà cura di memorizzare un incrocio con un sentiero che scende dolcemente a sinistra: sarà il nostro itinerario di ritorno diretto per il parcheggio a Jayer.

Sbucati davanti all’imponente cupolone verde del santuario di Plout, andiamo a leggere la tiritera su storie e leggende legate al santuario, nonché le altre informazioni sul territorio circostante (macine da mulino e loro cave, coppelle, strade sabaude, miniere) esposte sui cartelli in fondo al gran piazzale. Così eruditi, cominciamo la visita di Plout e del contiguo villaggio di Enchasaz, ricchi di strutture architettoniche complesse e di eleganti camini (foto 3) sui tetti in lose. Particolarmente interessanti, all’estremità del villaggio, il mulino e la sottostante vecchia latteria, nella quale menti lungimiranti hanno radunato mobili e strumenti ormai non più usati da qualche decennio. Da notare, fonte inesauribile di sorpresa ed ammirazione in quasi tutti i villaggi valdostani, la forte presenza di spazi comunitari (fontane, forno, mulino, piazzetta, passaggi, ripari, angoli conviviali...) e la struttura dispersa degli spazi privati (abitazioni, stalle, fienili, granai, dispense in grotta), essendo assente qualsiasi preoccupazione di rinchiudersi a difesa di beni e privacy.

Foto 3 - Un edificio tradizionale ad Enchasaz

 

L’interesse geologico della visita sta nel passare in rassegna i curiosi blocchi di cloritoscisto granatifero (foto 4) inseriti nei muri delle case, scolpiti a finestra, o rovinosamente ammucchiati in qualche crollo. Non a caso, per i bambini, Plout è il villaggio con il morbillo: i pallini rossi sono onnipresenti nei muri, sul lastricato, nei resti di qualche disco di macina.

Foto 4 - Architrave di finestrella in cloritoscisto granatifero

 

Per parecchi secoli, fino al XIV, il materiale si rivelò concorrenziale in tutta l’Italia continentale nella produzione di macine, associando la durezza abrasiva del granato alla pasta cloritica relativamente tenera e ben modellabile: qualche suggestivo sito di cava è ancora visitabile (foto 5).

Foto 5 - Macina lasciata in parete a Fontillon

 

Nel ritorno, dopo il brusco bivio a destra già localizzato salendo, sarà possibile campionare adeguatamente le litologie di questo favoloso complesso eclogitico originatosi sul fondo del giurassico oceano chiamato Tetide. In particolare si troveranno glaucofaniti a granato (foto 6) con o senza grossi rombi di epidoto e mica pseudomorfi su lawsonite (rara traccia di cristalli sostituiti, man mano che procedeva lo sprofondamento, da altri più compatti e quindi più in equilibrio con le alte pressioni, mantenendo però la forma geometrica dei cristalli precedenti). Ripresa la macchina, sull’onda dell’incontenibile entusiasmo geologico si potrà decidere di salire fino all’area pic-nic delle Dreudze (1500 m) da dove parte l’interessante itinerario di scoperta delle miniere di Servette e Praborna, mondialmente conosciute per la loro eccezionale mineralogia. Un pregevole fascicoletto illustrativo è stato curato da un’équipe dell’Università di Como coordinata dalla prof. Silvana Martin, grande esperta della materia e dei luoghi, ed è disponibile al Municipio di Saint Marcel.

Foto 6 - Glaucofanite granatifera a Fontillon

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